GAL Serre Salentine

Storia dell'emigrazione

Il Museo-Laboratorio dell'emigrazione delle Serre Salentine

Dalla pre-unità alla Prima Guerra Mondiale

Le migrazioni hanno segnato profondamente la storia dell'umanità, modificando le dinamiche demografiche, economiche, culturali e sociali. Per quanto riguarda l'Italia, fin dal medioevo si evidenziano i primi flussi migratori dalle campagne verso le città, mentre in età moderna i trasferimenti furono soprattutto stagionali al Sud e definitivi al Centro-Nord.

In età contemporanea l'emigrazione italiana assunse una certa rilevanza a partire dalla prima metà del XIX secolo, periodo in cui si accentuarono le migrazioni all'interno degli Stati italiani e da uno Stato all'altro, soprattutto in relazione ai lavori agricoli ed alla richiesta di manodopera bracciantile. Comunque, fu la crisi agraria che colpì l'Europa ed in particolare l'Italia, nell'ultimo trentennio del XIX secolo a determinare una svolta nella storia dell'emigrazione con l'aumento esponenziale degli espatri. La crisi fu causata soprattutto dall'importazione, a bassi prezzi, di grano americano che insieme alle epidemie delle viti e degli ulivi (fillossera, mosca olearia ecc...) distrussero l'economia agricola. Miseria e disperazione invasero le campagne e soprattutto ai contadini non rimase altra strada che quella dell'emigrazione. Le statistiche rilevano infatti che nel decennio 1861-1870 lasciarono l'Italia circa 1.210.000 connazionali, mentre nell'ultimo quarto del secolo partirono ne 5.300.000. I settentrionali si diressero prevalentemente verso le nazioni europee (Francia e Germania) mentre i meridionali preferirono le Americhe, in particolare il Brasile, gli Stati Uniti e l'Argentina.

Dalla pre-unità alla Prima Guerra Mondiale
La maggioranza dei emigranti italiani che partirono nell'ultimo ventennio del XIX secolo non si stabilirono definitivamente all'estero, ma ritornarono in Italia dopo un periodo più o meno breve di lavoro o alla fine delle attività stagionali. Il culmine degli espatri fu registrato nel primo decennio del Novecento quando si contarono circa 6.000.000 di partenze, nonostante fosse in atto il processo di industrializzazione nelle regioni dell'Italia Nord-Occidentale. Fu il periodo della cosiddetta "grande emigrazione"; moltissimi si stabilirono definitivamente all'estero, determinando una diminuzione della popolazione italiana di circa il 4% ed il conseguente spopolamento di vaste aree del Paese. L'emigrazione di massa interessò soprattutto i giovani e gli adulti maschi; ciò produsse gravissimi problemi nelle aree di partenza dove rimanevano le donne, gli anziani ed bambini che, nonostante il lavoro nei campi, dipendevano economicamente dalle rimesse dei parenti emigrati. L'afflusso di valuta pregiata risultò importantissimo per il riequilibrio della bilancia dei pagamenti e diede un primo impulso allo sviluppo di vaste aree del Paese, condannate alla miseria da un'atavica carenza di risorse finanziarie.

Gli emigranti italiani lavorarono nelle miniere, nei cantieri edili, nella costruzione delle reti stradali e ferroviarie, in agricoltura, ricoprendo i lavori più umili che i locali non intendevano più svolgere. Decine di migliaia furono le vittime dell'emigrazione italiana di inizio secolo a causa di viaggi clandestini, discriminazioni, violenze e di malattie. Per loro non c'erano tutele, ma emarginazione sociale e sofferenze accentuate dal cambiamento radicale della propria esistenza, dall'abbandono della propria cultura, tradizioni e legami familiari.

Ma il governo italiano si disinteressò del problema e solo nel 1901, di fronte alle gravissime notizie provenienti d'oltreoceano ed alle pressioni delle organizzazioni religione e laiche che soccorrevano i nostri emigranti all'estero, fu approvata la legge istitutiva del Commissariato generale per l'emigrazione. In questo modo fu ridotta, se non eliminata, l'azione speculatoria degli intermediari e agenti delle compagnie di navigazione, ma i problemi degli italiani all'estero non potevano essere certamente risolti da una legge.

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