GAL Serre Salentine

Storia dell'emigrazione

Il Museo-Laboratorio dell'emigrazione delle Serre Salentine

Dalla Prima alla fine della Seconda Guerra Mondiale

La partecipazione dell'Italia alla prima guerra mondiale determinò una forte diminuzione degli espatri ed un incremento dei rientri in Italia. Contemporaneamente si registrò un aumento dell'emigrazione femminile che specialmente in Germania ed in Francia colmò i vuoti creati dalle partenze per il fronte.
Terminata la grande guerra ripresero i flussi migratori ad eccezione di quelli provenienti dall'area nord-occidentale del Paese, dove il processo di industrializzazione determinò l'inurbamento di numerosi lavoratori.
La crisi economica del '29, causò una forte diminuzione degli espatri dovuta all'adozione di una serie di misure protezionistiche. Ciononostante, la Francia accolse numerosi oppositori politici e dopo la firma del "Patto d'Acciaio", furono le stesse autorità italiane a promuovere l'emigrazione in Germania. Comunque, il regime fascista attuò una politica restrittiva nei confronti degli espatri, sia per motivi di reputazione internazionale che per le esigenze di addestramento militare dei giovani.
Pur scoraggiate dal regime fascista, aumentarono, invece, le migrazioni interne verso le grandi città, tanto che rispetto al primo ventennio del secolo, l'incidenza degli spostamenti interni sulla popolazione complessiva raddoppiò, causando un considerevole aumento degli abitanti nei centri urbani più popolosi. Per evitare un ulteriore inurbamento della popolazione e le problematiche conseguenti, i braccianti, in particolare, vennero indotti a stabilirsi nelle località rurali dove erano in corso lavori di bonifica. Così trentamila contadini veneti, friulani e romagnoli emigrarono nell' Agro Pontino, dove, fra tanti problemi, fu loro assegnato un appezzamento di terreno, l'attrezzatura agricola ed un alloggio. Contemporaneamente fu promossa l'emigrazione in Africa Orientale Italiana, definita da Mussolini come "impero del lavoro". I circa 200.000 italiani che raggiunsero la Libia, la Somalia, l'Etiopia e l'Eritrea provenivano dalle province più popolose e con maggior tasso di disoccupazione. Ciò, insieme all'aumento della produzione industriale necessaria per la produzione di armi, determinò una notevole diminuzione del tasso di disoccupazione.

Nel periodo bellico circa 500.000 italiani lavorarono nelle miniere tedesche per supportare lo sforzo bellico del nazismo. A questi, dopo l'otto settembre del 1943, si aggiunsero gli internati Militari Italiani (IMI) ed i lavoratori italiani rastrellati dai tedeschi nelle zone di occupazione che furono obbligati a lavorare in Germania in condizioni di semischiavitù.