GAL Serre Salentine

Storia dell'emigrazione

Il Museo-Laboratorio dell'emigrazione delle Serre Salentine

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi

L'Italia, uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, doveva affrontare problemi drammatici accentuati da una situazione di incertezza politica e di grave dissesto economico. Centinaia di migliaia di famiglie vivevano nella povertà più assoluta e soprattutto nelle grandi città e nelle regioni colpite dai bombardamenti occorreva ricostruire edifici pubblici e privati, strade, ponti e ferrovie. I settori industriali meccanico e siderurgico, indispensabili per la ripresa economica, erano fra i più danneggiati dagli eventi bellici, mentre in molte aree del Mezzogiorno si praticava ancora un'agricoltura arretrata e di sussistenza. Qui, più che altrove, si contavano milioni di disoccupati che non avevano nessuna prospettiva di inserimento lavorativo. Non c'era altra strada che quella della ripresa dell'emigrazione, unico strumento in grado di assorbire l'altissimo tasso di disoccupazione.

La politica migratoria del governo italiano si basò su motivazioni fortemente europeiste e si concretizzò in una serie di accordi bilaterali con diversi Stati Europei ed extra-europei che richiedevano manodopera: Francia, Belgio, Gran Bretagna, Svizzera, Germania, Argentina, Brasile, Canada, Australia. Sviluppo interno ed emigrazione (con le relative rimesse di valuta pregiata) furono quindi considerati i pilastri su cui fondare la ripresa economica e sociale del Paese.

Ricominciarono, quindi, i flussi migratori transoceanici, tanto che dal 1946 al 1957 espatriarono circa 1.400.000 Italiani e ne rimpatriarono circa 300.000. Gli emigranti italiani diretti verso le destinazioni transoceaniche (Australia, Canada, Stati Uniti, Venezuela e Argentina) provenivano soprattutto dalle regioni meridionali: Calabria, Abruzzi, Puglia, Campania.

Le condizioni di lavoro non erano migliori rispetto a quelle registrate nei periodi precedenti; agli italiani, infatti, venivano assegnate le mansioni più pericolose ed i lavori precari. Particolarmente duro e scarsamente retribuito si rilevò il lavoro nelle fazendas brasiliane che indusse molti lavoratori italiani a ritornare immediatamente in patria.

A partire dalla metà degli anni Cinquanta, lo sviluppo economico di molte nazioni europee causò una diminuzione dei flussi migratori transoceanici e l'aumento dei trasferimenti in Belgio, in Francia, in Svizzera ed in Germania. Aumentò considerevolmente anche l'emigrazione interna diretta verso la Lombardia, il Piemonte e la Liguria, regioni dove si produsse il cosiddetto "miracolo italiano".

Negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, il Belgio accolse circa il 20% degli emigrati italiani in Europa. La stagione migratoria fu aperta dall'accordo per i minatori che Italia e Belgio firmarono il 23 giugno 1946. L'intesa prevedeva la partenza settimanale di 2.000 lavoratori e fissava a quota 50.000 il contingente totale. Ogni mille operai italiani impiegati nelle miniere, il Belgio avrebbe mensilmente inviato all'Italia da un minimo di 2.500 ad un massimo di 5.000 tonnellate di carbone. Le condizioni di lavoro che attendevano gli italiani furono drammatiche e solo dopo la sciagura di Marcinelle l'opinione pubblica si rese conto della realtà.

Minatori
Più costante fu il flusso diretto verso la Francia che riconobbe l'Italia come "Nazione più favorita" perché, a giudizio dei francesi, gli italiani (meglio se settentrionali) rappresentavano il gruppo più idoneo all'emigrazione. Ma, nonostante tutto, solo a partire dal biennio 1956/57 si verificò una crescita costante dell'emigrazione italiana in Francia. Gli italiani furono impiegati soprattutto nell'edilizia, in agricoltura ed in misura minore nelle miniere. Nei medesimi settori, ai quali si aggiunse il metalmeccanico, lavorarono gli emigranti nella Repubblica Federale Tedesca. In Germania, specialmente nella prima fase dell'emigrazione, l'accoglienza degli italiani non fu delle più calorose e fu caratterizzata dalla precarietà e dai contratti a termine.

Per quanto riguarda la Svizzera, l'accordo di emigrazione sottoscritto fra Italia ed il Paese elvetico ammetteva solo la manodopera stagionale e individuale; quindi, all'inizio del processo di emigrazione gli italiani giunsero in Svizzera quale semplice manovalanza agricola e senza possibilità di cambiare lavoro e di ricongiungimento familiare. L'agricoltura assorbì, inizialmente, circa un terzo della manodopera italiana per poi articolarsi in tutti i settori produttivi.

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi - agricoltura
La situazione cambiò a partire dagli anni Sessanta quando la legislazione discriminatoria nei confronti degli italiani fu abolita, tanto che nel 1975 risultavano presenti nel paese elvetico ben 573.000 lavoratori italiani.

Il flusso migratorio interno dei lavoratori meridionali, nell'immediato dopoguerra, interessò quasi esclusivamente i braccianti agricoli che emigravano temporaneamente per esigenze connesse ai lavori stagionali. A partire dagli fine degli anni Cinquanta, invece, l'emigrazione interna di diresse verso le grandi città industriali dell'Italia Nord-Occidentale. Fra il 1958 ed il 1965, circa 1.300.000 lavoratori raggiunsero la Lombardia, il Piemonte e la Liguria attratti dalla possibilità di lavoro creata dal tumultuoso sviluppo industriale. L'emigrazione interna, a differenza di quella estera, si caratterizzò per una maggiore percentuale di trasferimenti definitivi che presupponevano la partenza di interi nuclei familiari e la volontà di stabilirsi definitivamente nelle città settentrionali. Ma anche nel Nord Italia l'integrazione dei meridionali non fu facile e coincise spesso con dolorosi fenomeni di esclusione sociale e di emarginazione, di cui hanno sofferto anche i figli degli emigranti.

L'inurbamento inatteso e massiccio causò problemi non solo ai luoghi di arrivo (carenze abitative, servizi inadeguati, tensioni sociali, ecc...) ma anche nei territori di partenza. Soprattutto il Mezzogiorno subì gravissime conseguenze economiche culminate nell'abbandono di vaste aree montane e rurali. Fra l'altro, le rimesse degli emigranti crearono uno sviluppo effimero, perché non furono investite in attività produttive ma soprattutto nell'edilizia e nell'acquisto di terreni, poi abbandonati a causa dell'atavica crisi dell'agricoltura meridionale.

Negli anni Settanta, la crisi petrolifera causò una grave recessione economica. La conseguente diminuzione della domanda di lavoro determinò il rientro in patria di molti lavoratori e la diminuzione delle migrazioni interne. Contemporaneamente, per molti stranieri provenienti dall'Africa e dall'America Latina, l'Italia divenne un punto di riferimento per cercare un lavoro e migliorare le proprie condizioni di vita. I flussi migratori in entrata aumentarono negli anni Ottanta e Novanta quando il dissolvimento del blocco sovietico consentì ai lavoratori dell'Europa dell'Est di emigrare liberamente. L'Italia si trovò impreparata e gli immigrati vissero gran parte delle problematiche vissute in precedenza dai nostri emigranti. Oggi è in atto una nuova fase dell'immigrazione che vede nell'Italia la porta di ingresso in Europa per centinaia di migliaia di africani che, per raggiungere il suolo italiano e fuggire dalla miseria e dalle guerre in atto nei loro Paesi, non esitano ad affidarsi ad organizzazioni malavitosi ed a rischiare la vita nel mare Mediterraneo.