GAL Serre Salentine

Storia dell'emigrazione

Il Museo-Laboratorio dell'emigrazione delle Serre Salentine

L'emigrazione salentina

L'emigrazione salentina ha assunto rilevanza, nell'ambito dell'emigrazione italiana, solo a partire dal secondo dopoguerra mondiale. Nel periodo pre e post-unitario, i residenti nella provincia di Lecce (allora comprendente i territori delle attuali province di Brindisi, Lecce, Taranto e parte del territorio della provincia di Matera) furono alquanto restii a lasciare la propria terra. I forti legami familiari, la scarsità di mezzi necessari per l'espatrio, il prevalere della piccola proprietà contadina relegarono l'emigrazione ad un fenomeno assolutamente marginale. Nel quadriennio1876-1879, infatti risultano emigrati soltanto 64 salentini, contro i 1.686 baresi ed i 55 foggiani. Altri dati relativi al quindicennio successivo confermano la scarsa propensione all'espatrio dei salentini; ma la situazione cambiò a cavallo dei secoli XIX e XX. La crisi agraria, dovuta principalmente alla distruzione dei vigneti a causa della fillossera, l'aumento della popolazione ed il blocco delle esportazioni dei prodotti agricoli accentuarono lo squallore e la desolazione nei paesi della Terra d'Otranto. Diminuirono credito e salari, tanto che per sfamare i disoccupati vennero aperte le cucine economiche, finanziate con un provvedimento legislativo che stanziava per la provincia di Lecce l'esigua somma di L. 25.000. Fra il 1893 ed il 1898, quindi, lasciarono il Salento 1.336 emigranti, dato che decuplicò (13.058) nel periodo 1899-1905. Il movimento migratorio leccese, pur ritardato rispetto alle altre province pugliesi e al resto d'Italia, iniziò ad incrementarsi. Anche i Salentini, poveri e disperati, vennero contagiati dal sogno americano e piuttosto che vivere di stenti preferirono cercare lavoro e possibilità di vita negli Stati Uniti, in Argentina, in Brasile. Fra l'altro, agiva in tal senso la volontà di popolare rapidamente gli immensi territori di quei Paesi e gli interessi dei capitalisti d'oltreoceano.

La prima guerra mondiale ridusse al minimo i flussi migratori che ripresero intensità nel 1920. Anche in questo periodo furono i contadini, ritornati dal fronte ed ingannati da chi aveva promesso loro la terra, ad incrementare il flusso migratorio. A nulla valsero le agitazioni del cosiddetto "biennio rosso", perché il movimento contadino, anche nella provincia di Lecce, si sfasciò sotto l'incalzare del fascismo, utilizzato dagli agrari per ristabilire la propria egemonia e l'ordine pubblico. Ripresero le partenze e con esse le rimesse degli emigranti, importantissime per lo sviluppo di un territorio che, per molti aspetti, non era ancora uscito dalle nebbie del medioevo.

Nel corso del ventennio fascista diminuirono gli espatri e fu incoraggiata l'emigrazione interna e verso le colonie italiane. Anche dal Salento, quindi, un certo numero di contadini e di artigiani emigrarono specialmente in Etiopia, ma si trattò, comunque, di un'emigrazione marginale e per nulla paragonabile a quella degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.

Nel secondo dopoguerra, infatti, la situazione socio- economica della provincia di Lecce, gravemente compromessa dagli eventi bellici, si aggravò ulteriormente per il rientro di migliaia di reduci dal fronte e dalla prigionia. I problemi più urgenti divennero quelli della disoccupazione e dell'assistenza. Le gravissime difficoltà erano dovute sia alla crisi generale, che a circostanze particolari verificatesi nel Salento, come la siccità che determinò l'aumento del prezzo dei cereali e l' improvviso rialzo del prezzo dell'uva che, nel 1947, balzò a circa 5.000 lire il quintale, per poi discendere improvvisamente l'anno successivo. Tutto ciò provocò la chiusura di numerosi stabilimenti vinicoli e gravissime ripercussioni economiche. Seguì un ulteriore aumento della disoccupazione nei settori dell'artigianato, del commercio e dell'edilizia, le cui sorti dipendevano da quelle dell'agricoltura. La situazione sociale era compromessa a tal punto che in diversi paesi si verificarono incendi di forni e occupazioni di terreni, mentre l'assistenza pubblica poteva fare ben poco con gli ordinari stanziamenti di bilancio. In realtà c'era bisogno di ben altre risorse per garantire un futuro a migliaia di braccianti che reclamavano il diritto ad un esistenza dignitosa, mentre l'economia agricola non era in grado di assicurare nemmeno il pane quotidiano. Allora, numerose famiglie salentine, sulle orme degli antichi mietitori di grano, si recarono nelle campagne della Basilicata per la coltivazione del tabacco. Fu un'emigrazione "stagionale" provocata dalla notevole esigenza di lavoro bracciantile, ma la soluzione non era comunque sufficiente ad assorbire il surplus di manodopera. La via di uscita a questa grave situazione non poteva che venire dall'estero ed arrivò nei primi anni Cinquanta quando l'accordo del governo italiano con il Brasile rese possibile una prima ondata migratoria. I più intraprendenti si imbarcarono per il Paese sudamericano, ma per la maggior parte di loro fu un tentativo fallimentare che si concluse con l'immediato ritorno nei paesi di origine. In realtà le condizioni di vita in Brasile erano pessime: clima tropicale, campagne abbandonate, scarsissime possibilità di guadagno, mancanza di assistenza sanitaria e sociale. Chi rientrò dal Brasile, ebbe comunque la possibilità di emigrare in Belgio.

L'emigrazione salentina - Belgio
La nuova stagione migratoria fu aperta dall'accordo del 23 giugno 1946 che fissava a quota 50.000 il contingente di operai italiani che avrebbero potuto lavorare in miniera. Le condizioni di vita e di lavoro dei minatori, specialmente nel primo periodo, era davvero impressionanti: alloggiamento nelle baracche, diffusione del lavoro minorile, incidenti sul lavoro, discriminazioni nei confronti degli italiani. Ma per emigrare occorrevano perfino le raccomandazioni perché, nonostante la pericolosità del lavoro, era più conveniente rischiare la vita nelle miniere che vivere di stenti al sole.

Comunque, non si trattava ancora di un'emigrazione di massa; infatti il censimento della popolazione del 1951 registra l'espatrio di 2.106 salentini (su una popolazione complessiva di 623.905 abitanti) mentre ne risultano trasferiti in altre regioni italiane (soprattutto in Piemonte, in Lombardia ed in misura minore in Liguria) ben 20.749. La situazione cambiò nel decennio successivo quando le percentuali degli emigranti nella fascia di età dai 20 ai 30 anni, è di circa il 50% per gli uomini ed il 60% per le donne. Solo nel periodo settembre 1959 - agosto 1960 vi fu una mobilità territoriale verso l'estero di 17.936 lavoratori. In realtà il fenomeno dell'emigrazione di massa verificatosi in Provincia di Lecce era una conseguenza del perdurante stato di sottosviluppo. Nel 1960, per esempio, il reddito medio per abitante residente in provincia di Lecce era pari al 49% del reddito medio degli italiani. Inoltre, su un totale di 213.000 occupati, i disoccupati ed i sottoccupati raggiungevano la considerevole cifra di 92.000 unità. Con questa situazione non c'era altra scelta che quella di emigrare. E il censimento della popolazione del 1961 rileva un esodo biblico, una protesta silenziosa, della popolazione salentina: 19.578 trasferiti in altre regioni italiane e ben 43.729 all'estero. In alcuni Comuni della Provincia come Alezio, Castrignano del Capo, Matino, Morciano di Leuca, Presicce le percentuali degli emigrati, sulla popolazione attiva, variano dal 30 al 50%.

Il flusso migratorio interno, assunse inizialmente il carattere della stagionalità, da marzo a novembre, o da agosto a settembre, per il lavori di trebbiatura e di falciatura. I lavoratori salentini, quindi, rimpiazzavano i braccianti piemontesi e lombardi che abbandonavano le campagne per lavorare nell'industria. Ma il lavoro nelle cascine piemontesi costituì anche il trampolino di lancio per espatriare in Svizzera ed in Francia. Nel paese d'oltralpe gli emigranti salentini furono impiegati nell'edilizia e soprattutto nella coltivazione delle barbabietole da zucchero, ma in Svizzera la politica nei confronti degli italiani restò a lungo orientata a scongiurarne il radicamento e solo nella seconda metà degli anni Sessanta la legislazione discriminatoria nei confronti degli italiani fu eliminata; migliorarono le tutele giuridiche e si permisero i ricongiungimenti familiari. Per quanto riguarda la Repubblica Federale Tedesca, l'emigrazione proveniente dal Salento ebbe inizialmente le caratteristiche della stagionalità; poi, a partire dagli ani Sessanta, l'impiego nel settore agricolo fu decisamente superato dai settori edile e metalmeccanico. Molti altri lavorarono nelle fonderie inglesi, nelle miniere sudafricane, in Canada, negli Stati Uniti e perfino in Australia.

L'emigrazione salentina
L'emigrazione di massa decretò la fine di un sistema economico fondato sulla proprietà agraria e sull'enorme disponibilità di manodopera bracciantile; modificò la composizione della popolazione salentina con gravi effetti di femminilizzazione, senilizzazione ed abbandono dei terreni marginali. Ma produsse anche effetti positivi sull'asfittica economia della provincia di Lecce. La maggior parte degli emigranti, infatti, ha fatto ritorno nei paesi di origine dove ha investito i risparmi nella costruzione della propria casa di abitazione, nell'acquisto di terreni e in misura minore nello sviluppo di attività artigianali ed industriali.

L'emigrazione salentina - artigianato
Ciò ha determinato, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, l'affermazione di un'agricoltura intensiva (specialmente nell'area Jonica della Provincia) ed uno sviluppo economico senza precedenti, dell'edilizia e del terziario. I centri abitati si sono estesi enormemente ed in parte sono stati replicati sulle zone costiere (seconde case) con gravissimi problemi ambientali. Un'emigrazione soprattutto temporanea, quindi, anche se migliaia di emigranti (provenienti specialmente dai paesi del Capo di Leuca) non hanno fatto ritorno ai loro luoghi di origine perché con i figli stabilitisi all'estero, rientrare in Italia significava perdere nuovamente la famiglia, rivivere lo stesso dramma della partenza quando dovettero abbandonare genitori e parenti. Chi dopo tanti anni ha deciso di ritornare ha dovuto fare i conti con una realtà sociale fortemente modificata rispetto al periodo di partenza, immaginavano di trovare gli stessi paesi di quaranta anni prima; invece, tutto è cambiato, e non sempre in meglio.

Non bisogna dimenticare, quindi, i costi umani e sociali dell'emigrazione, le difficoltà di inserimento nei luoghi di lavoro, la lontananza dagli affetti familiari, lo sradicamento dal proprio paese, sofferenze oggi patite dagli emigranti del Sud del mondo che, come gli italiani pochi decenni fa, reclamano il diritto ad un'esistenza libera e dignitosa.

L'emigrazione salentina

BIBLIOGRAFIA
Blumer Giovanni
"L'emigrazione italiana in Europa"
Milano, 1970;

Fioravante Laudisa
"Le dimensioni di una protesta silenziosa - L'emigrazione italiana in cent'anni"
Bari, 1973;

Marta Margotti
"Le migrazioni in Italia dalla metà dell'Ottocento alla fine del Novecento"
Icom, Consorzio interuniversitario, prodotto multimediale, 2002;

Negrini Angelo
"Uomini e frontiere : problemi socioeconomici dell'emigrazione italiana in Germania"
Roma, 2001;

Fernando Scozzi
"Lavoro in movimento- Storie, volti, documenti dell'emigrazione melissanese"
Taviano, 2010;

Vittorio Zacchino
"Salento migrante - Appunti per la storia dell'emigrazione salentina (1861-1971)"
Roma, 2007.